Skip to content

E soprattutto… perchè?

Perchè rivolgersi a uno psicoterapeuta? Quali bisogni sottendono una richiesta di aiuto psicologico? Prima di rispondere a queste domande, ritengo sia opportuno fare chiarezza su quali siano le professionalità prese in causa in una relazione d’aiuto e, soprattutto, quali siano il mandato sociale, le prerogative, i confini etici e legislativi sui quali poggiano la loro esistenza e legittimità le varie professionalità coinvolte.
Per prima cosa cominciamo col distinguere lo Psicologo (laureato in Psicologia, abilitato e iscritto ad un Ordine Professionale Regionale degli Psicologi), lo Psichiatra (laureato in Medicina, successivamente specializzato in Psichiatria e iscritto anch’egli in un Ordine Professionale, quello dei Medici), lo Psicoterapeuta (laureato o in Medicina o in Psicologia e successivamente specializzato e abilitato all’esercizio della Psicoterapia) e infine il Counsellor, di cui parlerò verso la fine di questa pagina, che sono le principali, ma non le uniche, figure coinvolte nel campo della relazione d’aiuto.
Per quanto riguarda la figura dello psicologo è bene quindi fare riferimento anche alla giurisprudenza che così ne definisce l’ordinamento:

Legge 18 febbraio 1989, n. 56 (1)

Ordinamento della professione di psicologo (2) (3). Pubblicata in G.U. del 24 febbraio 1989, n. 46

1. Definizione della professione di psicologo
1. La professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito.

2. Requisiti per l’esercizio dell’attività di psicologo
1. Per esercitare la professione di psicologo è necessario aver conseguito l’abilitazione in psicologia mediante l’esame di Stato ed essere iscritto nell’apposito Albo professionale.

2. L’esame di Stato è disciplinato con decreto del Presidente della Repubblica, da emanarsi entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge.

3. Sono ammessi all’esame di Stato i laureati in psicologia che siano in possesso di adeguata documentazione attestante l’effettuazione di un tirocinio pratico secondo modalità stabilite con decreto del Ministro della pubblica istruzione, da emanarsi tassativamente entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge.

Per maggiori approfondimenti che riguardano il Codice Deontologico, la Privacy, la disciplina del segreto professionale e il Codice di Condotta dello psicologo in relazione alla sua utenza, i links riportati sono presi dall’Ordine degli Psicologi del Lazio a cui appartengo e dall’Ordine Nazionale Psicologi.
La professione dello psicologo, quindi, da un punto di vista giurisprudenziale è certamente ben definita in ogni sua competenza se tra queste si esclude, in un certo senso, cosa significhi saper aiutare una persona. In termini normativi infatti si parla di “consulenza”, “diagnosi”, “riabilitazione” e “sostegno”. Nulla che riguardi la cura o la terapia, storicamente campi d’azione della medicina tout court. La psicoterapia allora, per definizione il campo della “cura psicologica”, è disciplinata, legislativamente, nel seguente modo:

3. Esercizio dell’attività psicoterapeutica
1. L’esercizio dell’attività psicoterapeutica è subordinato ad una specifica formazione professionale, da acquisirsi, dopo il conseguimento della laurea in psicologia o in medicina e chirurgia, mediante corsi di specializzazione almeno quadriennali che prevedano adeguata formazione e addestramento in psicoterapia, attivati ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 10 marzo 1982, n. 162, presso scuole di specializzazione universitaria o presso istituti a tal fine riconosciuti con le procedure di cui all’articolo 3 del citato decreto del Presidente della Repubblica (4).

2. Agli psicoterapeuti non medici è vietato ogni intervento di competenza esclusiva della professione medica.

3. Previo consenso del paziente, lo psicoterapeuta e il medico curante sono tenuti alla reciproca informazione

Come si può notare, qui appare la prima discrepanza tra l’agire psicologico in relazione alla cura, sicuramente poco definito da un punto di vista etimologico, e quello medico dentro al quale in qualche modo risiede anche il primo. Si perchè, se da un lato lo psicologo per esercitare la professione “terapeutica” deve specializzarsi in essa specificatamente senza mai comunque sconfinare in territori di “competenza esclusiva della professione medica” e, al contrario, in deroga anche alla precedente normativa, lo psichiatra può fregiarsi del titolo anche di psicoterapeuta pur non specializzandosi in modo specifico, ma acquisendone le competenze, come dire, per “osmosi” epistemologica, appare del tutto evidente come, nella nostra società, il concetto di cura e terapia non abbiano molto a che fare con l’aiuto nel senso di processo di crescita, quanto ancora e sempre con il modello medico di guarigione dai sintomi. Ora, di questo non ci sarebbe nulla di cui stupirsi, se non fosse che, la maggior parte delle volte, il sostegno e la conferma del modello medico come cardine attorno al quale debba uniformarsi la relazione d’aiuto, vengano proprio dagli stessi psicologi, sempre pronti a legittimarsi e autoproclamarsi strenui difensori del metodo scientifico (o sperimentale che dir si voglia).
Detto questo, forse in modo anche un pò polemico, la domanda che allora sorge spontanea è: che cosa significa relazione d’aiuto? In cosa consiste aiutare qualcuno con gli strumenti della psicologia o della psicoterapia? A quali problematiche fa riferimento tale relazione? La risposta non è semplice se cerchiamo di trovarla all’interno di confini semantici propri della medicina classica, come sarebbero quelli di “patologie”, “sintomi”, “malattie” o “disturbi”. Un territorio linguistico sicuramente più sobrio e consono ad un modello epistemologicamente orientato alla com-prensione piuttosto che alla spiegazione (per dirlo in termini fenomenologici), sarebbe contraddistinto da parole come “difficoltà”, “disagio”, “disorientamento” e “ignoranza”, intesa ovviamente come mancanza di conoscenza di sè. Termini che a ben guardare farebbero riferimento a percorsi esistenziali complessi più che a isolate e a catalogate manifestazioni dell’essere. E’ chiaro che, posta in questo modo, la questione sembrerebbe limitata ad un uso proprio/improprio del linguaggio e che la sostanza sia ben altra cosa. Ma l’esperienza che in anni ho potuto maturare in psichiatria mi dice in realtà esattamente l’opposto, cioè che molto spesso sono proprio gli equivoci linguistici a generare o alimentare i pregiudizi semantici. Parlare di schizofrenia senza conoscere la storia di un individuo, generalmente spinge l’operatore d’aiuto a intraprendere percorsi relazionali che camminano sugli stessi pregiudizi che la persona ha della schizofrenia. Facendo un esempio, se cadendo in un gigantesco ma quanto mai diffuso pregiudizio, si usa la parola schizofrenico per indicare un individuo violento in modo incomprensibile, l’operatore inesperto che continua ad usare un linguaggio scorretto, finirà per essere convinto dell’associazione tra schizofrenia e violenza e tratterà tutti i suoi futuri pazienti schizofrenici come dei potenziali aggressori, e tutti i violenti come dei potenziali schizofrenici. In ogni caso, senza divagare troppo sul tema psichiatrico che tratterò invece diffusamente all’interno del blog, e tornando alla relazione d’aiuto come campo di intersezione dei vettori professionali psicologico e medico, si può dire che il disagio esistenziale non possa fare a meno del “prendersi cura”, fondamentalmente diverso dal “curare”, in quanto nel primo caso ci riferiamo all’incontro di due soggetti ugualmente attivi e nel secondo invece di un soggetto e di un oggetto della guarigione.
L’ultimo campo d’intersezione professionale che, soprattutto ultimamente, in un momento di grande crisi culturale ed economica del nostro paese, ha generato non poche polemiche e conflitti corporativistici veri e propri, è il Counselling. La figura del Counsellor, che non gode di nessuna legittimazione legislativa nè di converso di nessuna protezione ordinamentale, nasce, si sviluppa e si alimenta proprio sul limite delle aporie concettuali che ho precedentemente discusso in merito al concetto di cura. Esistono diversi statuti privati che hanno cercato nel tempo di definire la professionalità del Counsellor, come ad esempio l’AICo, nel tentativo di qualificare da un lato i professionisti formati ad agire in determinati settori e secondo definite metodologie, dall’altro di garantire e tutelare un’utenza spesso disinformata. Dal Codice Deontologico dell’AICo:

a) Definizione di Counselling: il Counselling è un processo di apprendimento, attraverso un’interazione tra Counsellor e cliente, o clienti (individui, famiglie, gruppi o istituzioni), che affronta in modo olistico problemi sociali, culturali e/o emozionali. Il Counselling può cercare la soluzione di specifici problemi, aiutare a prendere decisioni, a gestire crisi, migliorare relazioni, sviluppare risorse, promuovere e sviluppare la consapevolezza personale, lavorare con emozioni e pensieri, percezioni e conflitti interni e/o esterni. L’obiettivo nel complesso è di fornire ai clienti opportunità di lavoro su se stessi, nell’ottica di raggiungere maggiori risorse e ottenere una maggiore soddisfazione come individui e come membri della società.

b) Definizione di Counsellor: Il Counsellor è un’operatore d’aiuto in tutte quelle situazioni che hanno a che fare con relazioni umane, da quelle professionali a quelle interpersonali fino a quelle con se stessi. Il concetto di relazione d’aiuto si può intendere in varie maniere naturalmente: una è quella dell’aiuto attraverso la relazione, in cui la relazione appunto fra operatore e cliente è paradigma relazionale, la cui qualità funziona come esempio per le altre relazioni. Altra implicazione possibile è che si tratti di aiutare ad aiutarsi: l’operatore in questo caso avrebbe una funzione di catalizzatore di avvenimenti interni, e non di sostituto di capacità mancanti.

Posto che scegliere di farsi aiutare è sempre, nella nostra cultura, un discreto atto di coraggio, e considerando quanto diffusa sia l’idea che “andare dallo psicologo significa essere matti” e che per questo fino a non pochi anni fa si rischiava di finire in manicomio o peggio di doversi vergognare di fronte alla comunità più prossima, le garanzie formali e deontologiche tuttavia non riducono a mio avviso il rischio di incontrare comunque la persona sbagliata che non sia in grado di aiutarci. Essendo la relazione d’aiuto fondamentalmente una relazione basata sulla qualità dello scambio esistenziale tra due individui, io credo che l’unica garanzia formalmente significativa  per un cliente invischiato nell’ardua scelta del suo terapeuta, sia unicamente il pregresso percorso di richiesta d’aiuto del terapeuta stesso. In altre parole se, con chi e per quanto tempo egli stesso è riuscito a farsi aiutare nella sua formazione. Tutto il resto è burocrazia.