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L’inganno che guarisce

Intervista a Oliviero Rossi
di Pierluca Santoro
Pubblicata sul libro Lo Sguardo e l’Azione, EUR edizioni, Roma 2009
Prefazione di Bruno Callieri
Per maggiori informazioni clicca qui

Santoro: Oliviero, per cominciare, ti vorrei chiedere qual è il rapporto tra arte e terapia in gestalt e come questo rapporto si configura nel tuo lavoro di psicoterapeuta.

Rossi: Alcuni gestaltisti dicono che la terapia della gestalt è di per sé un’arte, ma poi, nella mia esperienza, mi sono reso conto che ogni scuola dice questa stessa cosa del proprio approccio. In realtà, probabilmente esistono psicoterapeuti che lavorano sulla metodologia e sulle caratteristiche che portano a una creazione “artistica” e psicoterapeuti che non lavorano in questo modo. L’arte del relazionarsi è probabilmente quell’insieme di situazioni complesse che molto spesso è più facile definire come arte, poesia, magia, piuttosto che definirle come ciclo del contatto, o rapporto figura-sfondo e altri concetti più o meno interessanti. Tra le definizioni e la nosografia del Dsm-IV, con tutto il loro portato “digitale” riferito al sentire, e la personale definizione del sentire che si può dare davanti a un’opera d’arte, sempre densa di analogica soggettività e caratterizzata da metafora e narrazione, preferisco senz’altro quest’ultima.

Santoro: Quindi, si può dire che è l’aspetto artistico della relazione che diventa importante piuttosto che l’aspetto artistico del “risultato” terapeutico?

Rossi: Il problema è che proprio la definizione di “artistico” è qualcosa di non univoco. Cosa è il “fatto” artistico? Quello definito dai critici d’arte? Quello definito dai commercianti d’arte? Ci deve essere sempre un terzo soggetto che si frappone tra l’autore e l’opera d’arte? Certo, c’è un metodo nelle arti, ed è bene distinguere tra metodo nell’intuizione, nella creazione e nella percezione dell’opera. È ovvio che se creo una casa sarebbe meglio che si reggesse in piedi. Esistono delle regole in tutto quello che si fa. Un fotografo è bene che in qualche modo faccia vedere qualcosa. Ma non basta che qualche cosa si veda per parlare di fenomeno artistico. In qualche modo, ogni strumento ha la possibilità di creare, nei limiti del suo essere strumento. Se lasci la telecamera accesa, qualcosa riprende. Ma anche se tu la dimenticassi accesa, la telecamera qualcosa riprenderebbe, ed è difficile considerarla necessariamente arte. Il caso non è arte, però il caso “può” creare arte. Ma non è arte nemmeno il saper cosa otterrò dando quella pennellata o scegliendo quel diaframma, perché, almeno per quanto riguarda la psicoterapia, non so cosa accadrà nel momento in cui mi relaziono con un’altra persona. In fondo quello che possiamo dire artistico e creativo nella psicoterapia è quel saper modulare ciò che avviene mentre avviene, saper modulare il relazionarsi che è un continuo processo che va da un polo all’altro della relazione e comprende entrambi i poli nello stesso tempo, cioè comprende la relazione stessa e le dimensioni dinamiche del relazionarsi.
Arte è sicuramente riuscire a sopravvivere in una relazione che sai come inizia, non sai cosa succede e non sai nemmeno se, come e quando finisce, come l’amore. La creatività è qualcosa che incontro, in genere con stupore, e anche a volte con gratificazione e soddisfazione, a differenza di attività cominciate a caso e senza un’intenzione precisa che, nella maggior parte dei casi, possiamo chiamare incidenti, non creatività.

Santoro: Mi sono posto il dubbio se, non riuscendo a trovare una definizione di artistico che metta d’accordo tutti i soggetti coinvolti nel processo stesso, esiste un’idea di bellezza collegata all’arte che possa essere condivisa e comunemente accettata, anche in terapia?

Rossi: Almeno per quanto riguarda il mio modo di fare terapia o arte terapia, in realtà il concetto di bello mi lascia un po’ perplesso, perchè bello rimanda a qualcosa di indivisibile, bello per molti. Se dico “bello per me stesso” il termine bellezza già sicuramente perde il suo connotato “greco”. A me piace di più il termine “pienezza”. Pienezza dell’esperienza, profondità dell’emozione, del sentire, quel qualcosa che mi permette di dire “questo momento è bello perché è pieno”. Un gran pianto, la commozione, il dolore non è detto che siano belli, ma sicuramente pieni e non mi lasciano il dubbio se sono vivo o morto. È strano, ma alle volte si ha il dubbio di essere morti o vivi o di non accorgersi di essere vivi. L’esperienza piena riempie. Prendi una persona bulimica ad esempio: comincia ad uscire dalla sua dimensione disfunzionale solo quando riesce a sentire la pienezza non attraverso il cibo ma attraverso il vissuto emotivo, e non è un’esperienza facile da raggiungere. Ma quando avviene è sicuramente molto bella. Volendo potremmo sostituire quindi al bello il gusto, cioè qualcosa che piace. A differenza del bello che può essere condiviso con altri, il gusto è un’esperienza personale e individuale, dipende dalla tua lingua e dal tuo palato, dalle tue abitudini e, soprattutto, dal fatto che tua sia sazio o no. Cioè è tuo e basta.

Santoro: E questo è uno strumento o un obiettivo nei tuoi percorsi da terapeuta?

Rossi: Parlando da un punto di vista terapeutico è sicuramente uno strumento, è ciò che una persona può trasmettere di quello che sta sentendo. L’altro può percepire la voce, ma tutto il resto lo chiamiamo empatia, intuizione o altro, cioè forme della fantasia.
Il gusto è qualcosa di concreto. Bisogna imparare a svilupparlo e allora comincia ad avere a che fare con lo stile di vita, con l’esperienza. Così come chi conosce i vini, impara a gustarne veramente i sapori solo facendone un’esperienza culturale completa, così avviene anche per il relazionarsi, che può diventare, se conosciuto e sviluppato, uno strumento esistenziale e terapeutico. Come mi muovo all’interno di una relazione? Quali indicatori utilizzo? Ovviamente posso utilizzare qualcosa di più o meno condivisibile e “oggettivo”.
Mentre sto parlando con il cliente, egli si tocca le orecchie, aggrotta le sopracciglia…beh sicuramente è visibile ma se è prurito o emozione o tutt’e due, beh forse è meglio che lo dica il cliente piuttosto che chi osserva. Saper osservare è fondamentale. Ma c’è il rischio che tu possa fare poco di quello che osservi se non gusti, se non senti, in altre parole se non “indossi” quell’esperienza di essere nella relazione, che può essere l’unico strumento per poter incontrare l’altro. O per lasciare che l’altro rischi l’incontro. E l’alleanza terapeutica si stabilisce ed è direttamente proporzionale a questo rischiare l’incontro, che non è necessariamente capirsi, ma comprendersi almeno un po’.

Santoro: È questo che risulta alle volte un po’ “audace” rispetto ad altre scuole di psicoterapia che pongono l’attenzione di più sui criteri oggettivi e condivisi della relazione, astratti rispetto allo specifico della relazione tra “quel” terapeuta e “quel” cliente? Sento parlare molto della paura di usare l’arte nella terapia per via del contatto personale e del rischio che comporta…

Rossi: Se parli di arte usata nella terapia, non stiamo più parlando di arte usata nella relazione, ma di un mediatore artistico che si inserisce nella relazione terapeutica e permette una modulazione che favorisce l’incontro del cliente con il terapeuta, o del cliente con la sua capacità creativa. Ma comunque l’arte diventa un mediatore nella relazione tra sé e l’altro e tra la persona con sé stessa. È solo un interfaccia, se ne può fare tranquillamente a meno. Ma alle volte farne a meno si traduce in una rinuncia ad un mediatore ricco che offre infinite risorse esperienziali, per il cliente e per il terapeuta.
Se da un lato l’arte è un mediatore della relazione, dall’altro è proprio un’espressione di se stessi. Si parla di mediatore artistico ma fondamentalmente è un’espressione della creatività. Il primo mediatore artistico, cioè mediatore creativo, è la relazione stessa con l’altro e con se stessi: quel modulare qualche aspetto di me in un certo senso tirandolo fuori e materializzandolo, cioè creandolo, facendolo “esistere nel mondo”. Perché in fondo un prodotto artistico, o un’espressione artistica, significa lasciare che qualcosa di profondamente mio sia visibile nel mondo e per poter essere visibile nel mondo deve nascere, cioè essere creato.
La creatività è la capacità di dare senso e valore a ogni piccolo, banale, atto o gesto quotidiano. L’artista è colui che nella sua “opera” ci riesce.

Santoro: Quali sono secondo te i mediatori più efficaci e quelli che tu preferisci usare, e quali invece, nella tua esperienza, sono meno utilizzabili nel contesto terapeutico?

Rossi: Maslow diceva che se tu hai solo un martello, tratterai tutto il mondo come se fosse un chiodo. Se hai altri strumenti, avrai anche altre possibilità. Sostanzialmente uno utilizza quello che meglio conosce o con cui si trova più a proprio agio e che in ogni caso gli permette di esprimersi. Non so se esista una differenza strutturale tra gli strumenti e il loro uso che ne esprima l’efficacia, piuttosto che una differenza tra attitudini creative delle persone che li adoperano. Un musicista e un pittore usano strumenti completamente diversi ma non credo che siano gli strumenti ad essere più o meno efficaci di quanto non lo siano loro come professionisti presi individualmente. Non lo so. Essendo io un po’ prudente, cioè pauroso, penso sempre che uno si esprime con lo strumento che lo spaventa di meno…

Santoro: Lo strumento che utilizzi è l’immagine fotografica e l’immagine video…

Rossi: Io utilizzo l’immagine un po’ per caso un po’ per storia personale.

Santoro: Mi puoi raccontare come si è costruita questa competenza nella tua storia personale?

Rossi: Da giovane, piccolo consumista senza una lira, mi compravo una vecchissima rivista che si chiamava “Fotografare” e leggevo solo i dati tecnici. Poi mi feci regalare da mio padre, con sua estrema fatica, una macchina fotografica che gli costò parecchio. Ammiravo quel gioiello tecnico. Facevo delle foto orribili e divertente era, per me, sentire il “clack” della meccanica, svitare e avvitare gli obiettivi, guardare il gioiello tecnico e basta. Ma come fotografo ero pessimo. D’altro canto, avevo talmente paura di cimentarmi, che la vera cosa che non mi permettevo era l’esperienza di fare delle cose brutte per evitare di trovare me stesso anche in quelle cose brutte. È ovvio che mi sentivo brutto io. E non è un caso che dopo molti anni di terapia personale e di lavoro come psicoterapeuta, in un certo senso, l’immagine di me stesso è cominciata a cambiare. Evidentemente, ho cominciato a sentirmi meno brutto io, e di pari passo a produrre immagini, a riprendere contatto con lo strumento che produce immagine. Quindi ho iniziato a inserire lo strumento nella relazione d’aiuto e mi sono accorto che ciò mi permetteva di “danzare” con l’altro a vari livelli. All’inizio ritornava un po’ il fantasma della tecnica, mi ritrovavo o a fare fotografie o a fare video, ma poi ho scoperto che la cosa più divertente è fare video e foto insieme e mischiare disegni con immagini fotografiche, immagini video, stravolgerle, usare il suono, la voce, anche senza immagini e così via. E mi sono accorto che nel momento in cui cominciavo a utilizzare i metodi dell’immagine nella relazione d’aiuto la tecnica era la cosa meno importante. Appena mi sono riappropriato del mio lavorare, produrre e interfacciarmi con l’immagine, mi sono accorto di aver dimenticato la tecnica, perché, da un certo punto di vista, effettivamente, nella relazione d’aiuto serve a poco.

Santoro: Impara l’arte e mettila da parte…

Rossi: Ma anche se non la impari, la tecnologia non è solo nemica…. È anche molto amica, permette di fare, quello che compete alla tecnica lo lasci fare alla macchina, quello che compete alla creatività, all’umano, lo lasci invece al tuo occhio, alla tua sensibilità, alla tua capacità di relazionarti e facilitare la relazione.

Santoro: Tempo fa mi raccontasti di quando ti venne l’idea di usare la tecnica del fotoromanzo: raccontasti che, da giovanissimo, tu avevi a che fare con i fotoromanzi veri, pubblicati, e come da li iniziasti a immaginare di usarli anche in terapia come metafora di un processo dialogico. A prescindere dal livello tecnico della produzione dell’’immagine, che può essere anche completamente ininfluente, c’è però tutta la parte che riguarda il dialogo del fotoromanzo che, anch’essa, sembra esprimere arte vera e propria: è la vera parte creativa del lavoro, quella di generare i dialoghi…

Rossi: Io non dividerei il fenomeno creativo. Nel senso che sia i dialoghi che le immagini sono articolazioni della narrazione, e fondamentalmente la terapia e il fare terapia sono un narrarsi, un narrarsi all’altro per narrarsi a se stessi. È un ricontattare il copione di vita, che rimanda appunto ad una narrazione. Ma è proprio costruire racconto, nel vivere ogni secondo che passa. Se esisti, lasci una traccia e la traccia è un racconto.
Ma il bello è che la traccia rimanda al passato, lo scrivere invece è qui e ora. E tu scrivi il tuo racconto, la tua biografia, ogni secondo che passa, e allora il modo di utilizzare il fotoromanzo, così come qualunque altro mediatore artistico-narrativo, è un articolare una narrazione che è una biografia qui ed ora, che naturalmente ospita il passato e va verso la fine, il futuro.
Il bello è poter esplorare varianti diverse, possibilità, intrecci diversi; e questo un po’ è il gioco della terapia. Significa costruire o co-costruire insieme ad un’altra persona delle possibilità biografiche diverse, narrative, all’interno di una relazione dialogica, con l’altro ma anche tra te e te, tra le polarità interne alla persona.

Santoro: Dall’altra parte dello steccato, cioè quella del fruitore o del cliente, come viene percepito secondo te il contatto che c’è con le caratteristiche tecnologiche di questo setting terapeutico. Non è consueto, o meglio non è stato consueto, incontrare strumenti che non siano quelli della parola, del verbale, tra un terapeuta e un cliente.
Ricordo la prima volta che ti ho visto lavorare e che ho lavorato con te con queste tecniche, e, a parte gli aspetti più profondi e personali, mi è sembrato che lo strumento mi consentisse di entrare dentro un discorso non del tutto controllabile.
Le parole, bene o male, le usiamo tutti nello stesso modo, invece lo strumento tecnico, per chi proprio non lo conosce, mi sembra che porti la persona a viaggiare dentro un ambiente del tutto nuovo e alle volte misterioso.

Rossi: Una macchina fotografica, un televisione o una telecamera, bene o male, sono oggetti conosciuti da tutti. Quantomeno tutti li hanno visti.
Il paradosso è questo: immagina la prima volta che una persona si è trovata in un setting di tipo teatrale per fare psicoterapia con qualcosa che rimanda ad un linguaggio teatrale, ad un’azione teatrale e scenica. Immagina lo psicodramma. Tutti sono andati a teatro; gli stessi che hanno partecipato al primo psicodramma forse avevano fatto un piccolo laboratorio teatrale o conoscevano attori, eppure nel momento in cui si entra nel gioco psicodrammatico, avviene qualcosa di completamente diverso.
Chi non ha mai visto o non conosce al giorno d’oggi una macchina fotografica o una telecamera o delle semplici fotografie e non ne ha fatto, seppur minimamente, un piccolo e dilettantistico utilizzo? Ma quello che disorienta, che lascia stupiti, come sempre, non è tanto l’incontro con lo strumento, ma l’incontro con se stessi.
La prima volta che il bambino incontra l’immagine allo specchio, incontra un “altro”. Poi, piano piano, comincia a prendere in considerazione che quell’altro gli somiglia. La prima volta che il bambino o ragazzo incontra la propria immagine riflessa con due specchi, di cui uno che consenta di vedere il profilo, la prima volta che chiunque ha visto il proprio profilo, rimane stupito. Almeno questo è quello che è capitato a me. “Guarda! Oliviero ha qualcosa che non immaginava, un profilo!” Il naso più lungo di quanto pensavo e un leggero doppio mento ecc.
Ma anche il vedersi per la prima volta in una fotografia normale, quotidiana, generalmente non produce effetti grandissimi e questo in modo direttamente proporzionale a quanto mi sono messo in posa, in quella foto. Cosi come davanti allo specchio sono abituato a mettermi in posa, la posa generalmente è frontale. Allo stesso modo le fotografie più o meno sono frontali.
Ma quando entra il nuovo, per esempio quando per la prima volta, giocando con gli specchi, vedo il mio profilo, incontro qualcosa di inaspettato, rimango stupito. Vedo per la prima volta qualcosa che non posso negare che sia me: soltanto, non mi somiglia per niente, o meglio, non somiglia all’idea che io ho di me. È qui nasce il tema che ovviamente è facile da esportare, che sono le immagini-impronta.
Lo specchio non trattiene. Il video e la fotografia permettono invece questo “trattenere”, pur continuando a lavorare con la fotografia qui ed ora. Il digitale ti permette di avere un’immagine qui ed ora, se vuoi, anche impermanente se non la registri. Ma è un qui ed ora ed un’immagine molto differente da quella che rimanda lo specchio, perché nello specchio l’immagine di te stesso non è solo visibile ma è accompagnata da anche forti sensazioni propriocettive. Se faccio una smorfia, sento anche i muscoli facciali che si tendono in un certo modo. Ma con l’immagine fotografica, registrata, io vedo un’immagine che non è collegata a sensazioni propriocettive e questo produce quello che chiamo una discrepanza, una discrepanza tra quello che in genere so di me e quello che vedo di me. Io so che se sono visto e se mi vedo vuol dire che esisto.
Se esisto qualcosa sento. Ma questa è la prima incongruenza che una fotografia produce in chi la osserva. Cioè vedo una prima traccia di me. Vedo un me stesso sganciato da me, perché se vedo un me stesso che sorride, non è detto che io stia sorridendo nel momento in cui lo guardo.
C’è una discrepanza e un’incongruenza tra il mio essere qui ed ora con le mie sensazioni propriocettive, che danno anche ancoraggio al mio senso di identità, e il vedere un altro me stesso che in un certo senso dice: “guarda, io sono io!” – “ma come ti permetti?! Io sono io!” – “No! Io sono io!”
Cioè un’immagine che grida “Io” mentre io mi aspetto che dica Tu, che mi dica “Tu sei Oliviero”. E invece sta li quella fotografia a dire, senza parlare, “Io, anche io sono Oliviero!” E qui ho già descritto una polarizzazione che chiede dialogo, cioè lotta: chi dei due è più me stesso? Io o quel me stesso che mi dice “anch’io sono io”….

Santoro: Come se le immagini vivessero di vita propria…

Rossi: Non solo. Come se le immagini creassero e materializzassero una polarità, quella polarità tra “io” che osservo e il “me stesso immagine”.
C’è una discrepanza, una differenza temporale, gestuale, di espressione, non importa quale ma c’è. E questa discrepanza crea anche un vuoto, un qualcosa che sento come vuoto. C’è qualcosa che manca, che salta, per cui io e la mia immagine non siamo più la stessa cosa, ma siamo diversi, simili ma diversi. E allora il lavoro video terapeutico, foto terapeutico, gioca proprio su questa apertura dinamica della polarità. L’incontro, lo scontro, la contrattazione, il prendere atto di possibilità, sfumature diverse, alcune volte creano l’eventualità di un incontro che genera anche una possibilità narrativa diversa, e per narrativa intendo una costruzione e una gestione diverse del proprio essere nel mondo.

Santoro: E quali sono le discrepanze tra l’immagine fotografica che rimanda a qualcosa di fermo e l’immagine video che invece sembra rendere visibile qualcosa che è in movimento? Il movimento del video permette delle cose molto diverse, o più o meno siamo sempre nello stesso campo di lavoro terapeutico e artistico?

Rossi: Come sempre, quello che puoi fare con un martello non è detto che non lo possa fare con un trapano, però sono cose diverse… permette articolazioni della relazione diverse. Diverse si, ma comunque si incontrano.
C’era quella vecchia battuta del film “Io, Chiara e lo Scuro” con Francesco Nuti, in cui il protagonista era un campione di biliardo che amava usare una stecca di metallo. La sua ragazza, in una certa scena, gli chiede “ma perchè giochi con quella di metallo, non ti piace di più quella di legno?” e lui risponde “la stecca di legno ha un’anima, alla stecca di metallo gliela devi mettere tu l’anima…”. Insomma, dipende un po’ dai due differenti mezzi.
Diciamo che la fotografia ospita di per sé metafora e evocazione perché la fotografia, per semplificare diciamo quella stampata, ospita l’istante, cioè è un istante. Ovviamente qualsiasi cosa in più dell’istante è evocato, non è nell’istante stesso. E qui il lavoro con le fotografie è molto potente per quello che riguarda la capacità evocativa.
L’istantanea di per sé evoca perché è visibile proprio l’istante che non è mai visto dall’occhio. L’istante è qualcosa che è visibile soltanto nella fotografia. Volendo potrei fare i rimandi nella storia della fotografia quando le pellicole sensibili si sono evolute abbastanza per parlare di istantanea, cioè di scatti di un centesimo, due centesimi di secondo.
Una delle prime cose che colpì molto i fruitori dell’immagine fotografica fu per esempio il modo di correre del cavallo. Fino a che non fossero state scattate delle istantanee della corsa di un cavallo, non si sapeva che ci sono dei momenti in cui il cavallo non tocca terra. Ma l’istantanea lo ha mostrato. E ci fu un pittore che volle dipingere proprio realisticamente il movimento del cavallo e quindi dipinse questo cavallo proprio come si vede nell’istantanea…. Fu un quadro orribile! Perché l’istantanea paradossalmente non dava l’idea del movimento del cavallo. Proprio perché era un istante, perdeva quello che esiste soltanto come un continuum, ma non esiste percettivamente come istante.
Il movimento invece è qualcosa che ha bisogno del tempo.
L’istante stravolge il tempo. Se da un lato non serve a dipingere cavalli, invece è molto fertile nel lavoro terapeutico perché l’istante evoca di per sé. Evoca tutto quello che non è contenuto in quell’istante, evoca tutto quello che nella fotografia non c’è e non è visibile. Ma il ricordo, nel momento in cui riprendo quella fotografia, il contatto con quella fotografia, guardo 1/200 di secondo di esistenza nei miei 40-50 anni e quel 200mo di secondo ospita, contiene ed evoca i miei 50 anni. Paradossale, magico direi. È, da un punto di vista evocativo e narrativo, molto potente.
Allora, e qui ritorna il piccolo paradosso, la fotografia è la stecca di legno, la stecca di legno ha l’anima. La fotografia contiene ed evoca l’esistenza in un frammento. Lavorando con il video invece, come terapeuta devi riuscire a astrarre dall’immagine l’esistenza, perché il video lavora anche con la dimensione tempo. E allora nella dimensione tempo della persona coinvolta devi impegnarti per far emergere l’esistere.
In realtà, quindi, sono due modalità di lavoro profondamente differenti. Per cui parlare di videoterapia e fototerapia, che molto spesso coesistono e si intrecciano perché si fondano entrambe sul concetto di immagine, deve tener conto di questa differenza.
Ovviamente questo impone dei linguaggi differenti, delle modalità di stabilire l’alleanza, modulare la dinamica della relazione, l’incontro con la polarità, profondamente diversi tra l’una e l’altra tecnica. E se non tieni conto di questa differenza strutturale tra l’immagine fotografica e il video, non cogli, e c’è il rischio che non utilizzi pienamente, le possibilità che questi due mediatori artistici possono portare nella relazione.

Santoro: Rispetto al tempo, che è l’elemento che differenzia l’immagine fotografica dal video, che valore ha il “tempo vissuto” in senso minkowskiano di una persona, fatto di ricordi, di emotività presente e di, come dire, fasi della vita…?

Rossi: Quando parli di tempo vissuto di una persona è come se ci fosse una differenza con la persona. Il tempo vissuto è la persona. Non sono due cose separate e diverse. Essere vivi è essere nel tempo, è essere anche tempo.
Il vivo si contraddistingue dal morto perché è movimento. Non fosse altro che per il cuore che batte e il respiro. In un certo senso il tempo è il nostro esistere. Il tempo vissuto è ricordarci che esistiamo.
Ovviamente i metodi dell’immagine mettono l’accento sulla percezione, e, per semplificare, fanno perno sul canale percettivo visivo, ma è la dimensione temporale dell’esistere che consente la narrazione, e quindi la terapia. La narrazione spesso per essere fatta ha bisogno di tempo. Anche un quadro, ad esempio, narra e lo fa come l’istantanea, cioè evocando; questo è un tipo di narrazione che, volendo, potremmo dire che somiglia alla poesia. Ma c’è un altro tipo di narrazione che somiglia di più al racconto..

Santoro: Al romanzo…

Rossi: Al romanzo. Uno ha bisogno dell’istante per poter restituire, promuovere e produrre narrazione. L’altro ha bisogno di un continuum di tempo per riempirsi di narrazione, evocazione.
Ovviamente sia l’immagine istantanea che un racconto visivo evocano entrambe. Infatti, noi proviamo emozioni sia davanti a un film che davanti a una foto, ma sono diverse.
L’articolazione, la dimensione, il pathos, l’acme hanno dei momenti diversi. Nel silenzio una singola nota può evocare tantissimo. Nella dimensione del tempo servono più note ma l’evocazione e l’intensità possono esser simili. Il terapeuta, o meglio il gestaltista, si muove come sempre tra due polarità, passando dall’istante al continuum, dall’emozione che si apre ed emerge alla situazione che ospita promuove, contiene ed elicita le emozioni. All’interno di questo, tra un inizio e una fine, si fa quel che si può: respirare e continuare a relazionarsi, più o meno gradevolmente, con se stessi e con il mondo. Amen.

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