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La Psicoterapia della Gestalt

Come la maggior parte degli indirizzi psicoterapeutici, anche la Psicoterapia della Gestalt affonda le sue origini nella Psicoanalisi di Freud. Fritz Perls, il fondatore di questo approccio, fuggito agli albori della Germania nazifascista, comincia la sua attività clinica proprio come medico e psicoanalista in Sud Africa. Frustrato nei suoi tentativi di revisione del metodo freudiano che, nella sua esperienza personale, non trovava più aderente e congruo rispetto alle evidenze esperienziali che via via incontrava nel rapporto con i suoi pazienti, inizia la scrittura, insieme alla moglie Laura, del libro che poi rimarrà un cardine della Gestalt Therapy: “Ego, hunger and aggression” (“L’Io, la fame e l’aggressività”). Trasferitosi, dopo 12 anni in Sud Africa, negli Stati Uniti, la sistematizzazione del suo pensiero avviene infine grazie alla collaborazione con Paul Goodman e Ralph Hefferline, con cui fonda nel 1952 il Gestalt Institute of New York.
La Gestalt Therapy immaginata e realizzata da Fritz Perls, pur rimanendo nella sua caratteristica essenziale un approccio fondamentalmente ateoretico, integra diverse matrici culturali e filosofiche: la psicologia della Gestalt (forma) della scuola di Francoforte, la Fenomenologia (Brentano, Husserl, Jaspers), l’Esistenzialismo (Sartre, Merleau-Ponty, Nietzsche, Bergson e Binswanger), la Teoria del Campo di Lewin e in buona sostanza anche il Pragmatismo della scuola di Chicago.
La parola Gestalt, per certi versi intraducibile in italiano ma riconducibile al concetto di “forma significante“, nasce in associazione col principio olistico di pregnanza, secondo il quale s’intende che il tutto ha una qualità non riconducibile alla somma delle parti e che l’effetto-composizione modifica in un senso determinato l’analisi della struttura dei singoli elementi che la compongono. Il famoso esempio che per anni mi sono sentito fare da Paolo Quattrini in riferimento a questo concetto è quello dell’orologio: un orologio smontato nelle sue singole parti non segna l’ora e non serve a nulla (si può dire che non sia nemmeno un orologio) come invece fa quell’unica disposizione corretta di esse in una configurazione irripetibile. Lo stesso si può dire di un quadro che, se scomposto e analizzato attraverso le sue forme e i suoi colori, non sarà mai riconducibile all’effetto che da all’osservatore se guardato nel suo insieme. Trasferendo questo fondamentale concetto nel lavoro terapeutico, la Psicoterapia della Gestalt si differenzia dalla Psicoanalisi classica proprio per il rifiuto di vedere l’individuo interpretabile secondo uno schema che ne differenzia le parti sane da quelle malate, le strutture psicologiche e i comportamenti consci da quelli inconsci, ma comincia a porsi come ricerca di senso all’interno di una relazione incommensurabile e non scomponibile che è precisamente quella tra l’individuo stesso e il suo terapeuta.

Quando le persone mancano di immaginazione è sempre perché hanno paura anche solo di giocare con l’eventuale esistenza di qualcosa di diverso dal prosaico, a cui si aggrappano con tutte le loro forze.
(Fritz Perls)

Sulla base poi delle filosofie a cui ho fatto riferimento in precedenza, la PTG crea uno statuto scientifico che pone in essere anche una metodologia caratteristica basata sul principio dialogico di “Io-Tu” mutuato da Martin Buber e sul concetto di figura-sfondo intese come polarità espressive. L’immaginazione, la creatività e il contatto con le emozioni sono gli strumenti attraverso cui ogni tecnica gestaltica cerca di far esprimere il potenziale umano, nella prospettiva che nel qui e ora ogni cosa avvenga e prenda forma, anche ciò che l’individuo, in modo più o meno rigido o stereotipato, cerca di porre nel lì e allora del suo passato o del suo avvenire. Per maggiori approfondimenti sula Gestalt, di cui ovviamente è difficile parlare in termini sintetici in questo spazio, si fa comunque riferimento alla bibliografia critica che ho postato.

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